Dalla Sharing Economy a un governo digitale? Cogliamo l’opportunità!

Questo fine settimana passato ho avuto la fortuna di essere stato invitato al Ferrara Sharing Festival (#FSF2016): un evento diffuso per il centro di una città bella e viva come Ferrara dove, parlando di Sharing Economy, sono stati sollevati tanti temi interessanti. Temi che, anche se non ce ne accorgiamo, ci riguardano tutti.

Guide Me Right al Ferrara Sharing Festival
Uno dei temi era la proposta di legge sulla Sharing Economy (presentata dall’audace onorevole Tentori) che ha come obiettivo proprio quello di regolare e inquadrare questo nuovo fenomeno, rappresentando il primo tentativo in Europa. Nell’ascoltare il loro panel, che era immediatamente prima di quello in cui avrei parlato anche io su Turismo e processi collaborativi, mi è venuto in mente un interessante paragone. Forse ispirato dall’articolo di Simone Cicero in cui sostiene che per “regolare” un’economia digitale serve un governo digitale.

Concordo con questa visione e la estendo: un governo digitale, però, deve anche avere un approccio digitale. Forse, allora, questa è la vera sfida.

Quando abbiamo iniziato Guide Me Right eravamo sicuri del nostro approccio (Andrea, uno dei miei soci co-fondatori, un po’ meno). L’idea era quella di facilitare al massimo l’incontro tra un viaggiatore e un esperto locale permettendo loro di definire l’esperienza insieme e con la massima flessibilità. Il Guest poteva unire più attività per comporre la sua esperienza. Poteva definire lui la durata dell’esperienza e scegliere quali attività, in quell’arco di tempo, fossero attività “for sure” (si sarebbero dovute fare, si o si) e attività “maybe” (da fare in alternativa o se fosse avanzato del tempo).

Un casino, vero.

Dopo qualche mese di lavoro e un po’ di esperienza maturata ho riconosciuto il nostro errore: era stato un viaggio pindarico, con delle intenzioni sane ma troppo decontestualizzato e autoreferenziale. Questo è anche quello che mi è venuto in mente ultimamente leggendo, ascoltando e dibattendo della proposta di legge sulla Sharing Economy.

La legge si pone come obiettivo quello di regolamentare un fenomeno in forte crescita. Lo fa intervenendo su diversi fronti: dalla definizione di Sharing a quella dei soggetti che la compongono, dal nuovo regime fiscale per gli utenti operatori (10% di tassazione fino ai 10.000€ di guadagni occasionali) al ruolo di sostituto d’imposta per gli utenti abilitatori, dalla previsione del rispetto di condizioni minime per i portali della Sharing (assicurazione, pagamenti online, condivisione dei dati di utilizzo ecc) all’identificazione di un ente centrale incaricato di identificare chi è Sharing e chi non lo è.

Proposta di legge sharing economy al #FSF2016

Da una prima lettura, molte di queste iniziative possono sembrare sensate, ma piú si entra nel dettaglio e piú emergono dubbi e difficoltá nel regolare e comprendere tutte le casistiche che possono venire a crearsi.

Mi sorge un domanda: siamo sicuri che la lezione che dobbiamo portarci a casa dall’enorme crescita di questo movimento della Sharing Economy sia che serve un regolamento per farla crescere all’interno del nostro sistema? E se fosse esattamente il contrario: se invece la vera lezione fosse quella che dobbiamo adattare il sistema attuale a quello che la Sharing Economy sta facendo emergere?

Il vero problema che la Sharing Economy ha fatto emergere, agli occhi di chi scrive, è l’eccesso di burocrazia che si é generato nel tentativo di regolamentare ogni singolo servizio e i relativi requisiti necessari per operare sul mercato. Se questo è vero, allora l’approccio non dovrebbe essere quello “permission first” adottato dalla proposta di legge, che cerca di delimitare dei confini chiari a qualcosa in costante evoluzione attribuendo ancora una volta ad un organo centrale l’assegnazione del permesso a operare o meno sul mercato, in questo caso quello della Sharing Economy. Questo è lo stesso errore che abbiamo fatto con Guide Me Right: avevamo sviluppato un’esperienza utente pensando che avrebbe facilitato enormemente i nostri utenti ma che poi, alla luce dei fatti, si è rivelata un qualcosa che gli utenti non solo non capivano ma che proprio non cercavano.
Fare questi errori è normale e comprensibile. In una startup digitale è facile porre rimedio. Ma in un governo, anche se digitale, lo è meno. Nel frattempo, piuttosto che affermarci come primo paese in Europa in grado di prevedere una legge sulla Sharing Economy, rischiamo di diventare gli unici a porre dei freni a questa evoluzione sociale ed economica.

 

Quindi? Bisogna cambiare approccio muovendosi per davvero come un governo digitale, con un approccio rivolto a snellire e non ad appesantire ulteriormente tutto.

Due sono le azioni che andrebbero intraprese:
1. Prevedere 2/3 requisiti minimi comuni a tutte le iniziative di Sharing e che dovrebbero essere rispettati a tutela di tutti, concentrandosi piuttosto sul renderli possibili. Ad esempio facilitando l’offerta di una copertura assicurativa per questo tipo di iniziative, primo limite per chi vuole fare Sharing in Italia. Non è necessario entrare nel merito di cosa è Sharing e di cosa non lo è, sarà il tempo a dirlo accompagnato da un’attività di studio e monitoraggio volta a capire nel dettaglio questo percorso evolutivo prima di regolamentarlo: un approccio “data first”.
2. Snellire la burocrazia attuale per permettere agli operatori attuali di adattarsi e rimanere competitivi affinché gli stessi possano finalmente avere un ruolo attivo, e non ostruttivo, nella crescita di questo nuovo ecosistema competitivo.

 

Questo è quello che ci ha insegnato la Sharing: viviamo in un mondo aperto, dinamico e globale dove le risposte non vanno trovate ma vanno cercate, dove la validazione non è centralizzata a livello pubblico ma viene esternalizzata alla community, dove il lavoro non è fisso e garantito ma è flessibile e meritato. Anche, e soprattutto, in questo mondo chi ha qualità e disponibilità da offrire troverà il suo posto. Questo è uno dei motivi per cui certi professionisti non dovrebbero sentirsi minacciati dalla Sharing Economy ma piuttosto dovrebbero cominciare a prenderne parte attivamente per essere certi che questa si evolva anche in base a quelle che sono le loro esigenze e conoscenze.

Allora non mettiamo i paletti a questa evoluzione, che va ben al di là della Sharing Economy ma che tocca e andrà a toccare tutti i settori produttivi vecchi, attuali e futuri. Rendiamola possibile, facilitiamola creando un ecosistema favorevole, dinamico e flessibile…come il mondo in cui viviamo.
Forse è proprio quello che serve a questo paese per svecchiarsi e rilanciarsi.

#condividopienamente

luca

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